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“Posto occupato”, perché le donne uccise non siano dimenticate

Posto occupatoChiunque può riservare un posto per le vittime di femminicidi.

 

Torino – Cristina doveva accompagnare i figli in piscina, Paola andare a prendere la mamma dal medico, Luciana doveva andare a lavoro, Laura ritirare la posta. Per loro ci sarà sempre un posto vuoto, non ci sono più, uccise dai loro compagni o ex, tramutati in stalker e assassini. Per loro ci sarà sempre un “posto occupato”, che è il nome dell’iniziativa ideata da Maria Andaloro, 43 anni. «Posto occupato vuol dire che lì non ti puoi sedere – spiega Andaloro – lei poteva esserci seduta ma è stata ammazzata. È come se queste donne fossero ancora tra noi, e in effetti, è così, la loro assenza peserà ogni giorno ai loro cari». Aggiunge Andaloro, «per non dimenticare ciò che è successo, più posti occupati ci saranno e più non potremo fare a meno di capire che uno schiaffo è solo l’inizio: gli uomini non devono darlo e le donne non se lo devono prendere».

Chiunque può decidere di riservare un posto per tutte quelle vittime di femminicidi che hanno pagato con la vita la loro sottomissione o il tentativo di riscatto, perché la violenza può aumentare quando la donna decide di interrompere la relazione. Basta scaricare la locandina dal sito www.postoccupato.org e attaccarla a una sedia o panchina, a un cinema, a un teatro, a un evento. Sono già un centinaio, in un solo mese, le persone, associazioni, comuni, università che hanno partecipato o intendono farlo. Alcuni, come il comune dove Andaloro vive, Rometta, 6 mila abitanti in provincia di Messina, hanno occupato permanentemente un posto per le donne uccise dalla violenza maschile: nell’anfiteatro comunale sul mare e nel centro storico, davanti al Municipio.

«Vorrei che fossero occupati posti permanenti, nei consigli comunali ma mi auguro anche in Parlamento». Andaloro è stupita del successo dell’iniziativa: «Colpisce molto, tutti riconoscono il messaggio semplice e potente. Finora purtroppo le campagne e iniziative promosse su questo tema sono state recintate dalle appartenenze, la nostra iniziativa parte dal basso, è questa la sua forza». Continua: «Non è una gara a chi è più bravo: dobbiamo stare tutti da una parte, uomini, donne, giovani, bambini, anziani perché la violenza la dobbiamo isolare».   

Ma com’è nata l’idea? «Siamo un gruppo di otto persone. L’idea mi è venuta perché volevo fare qualcosa di concreto per arginare la strage di donne. La mia paura era che ci abituassimo a 4-5 secondi di indignazione su Facebook e il secondo dopo continuassimo a postare foto e canzoni, come se nulla fosse successo».

di Laura Preite

La Stampa.it

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