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La fabbrica la riaprono gli operai

Le fabbriche agli operai Che succede se manca il governo e si crea un vuoto di potere? In Parlamento ci sono almeno 163 eletti che pensano che, tutto sommato, l’assemblea legislativa possa andare avanti da sola anche senza esecutivo. Anche nel mondo del lavoro, ci sono operai che, in assenza di imprenditori in grado di farsi carico del loro posto perduto, pensano di farcela con le proprie forze. È quanto sta accadendo alla Maflow, a Trezzano sul Naviglio, 8 chilometri a ovest di Milano, subito dopo la Tangenziale, dove la proprietà ha lasciato 300 dipendenti abbandonati a se stessi. E così, alcuni di loro hanno deciso di fondare una cooperativa, occupare e riprendersi la fabbrica per farla tornare in vita. Ri-Maflow come “Rinascita”. Ma non vogliamo “una cooperativa qualunque” dicono i lavoratori. L’idea è molta più ambiziosa: “Vogliamo riprendere i fondamenti delle storiche società operaie di mutuo soccorso dell’800, nate agli albori del movimento operaio: solidarietà, uguaglianza, autogestione”.

GRANDI ambizioni e grandi speranze. Dettate da alternative ridotte ai minimi termini. Dietro uesta scelta, infatti, c’è l’ennesimo disastro imprenditoriale.

Nel 1973 nasce la Murray, azienda del settore automobilistico che forniva impianti per servosterzo e tubi di freno. La Murray cresce, si allarga alla progettazione e costruzione di condizionatori d’auto, che divengono l’attività centrale e fortemente qualificata fino a quando, nel 2007, ceduta a un private equity – un fondo che investe in società private con obiettivi speculativi – prende il nome di Maflow con 23 stabilimenti in Europa, America e Asia. Ma soprattutto diventa fornitore della Bmw. “Con i tedeschi siamo arrivati a produrre su tre turni, quindi giorno e notte, e i lavoratori non riuscivano a stare dietro alle forniture” spiegano oggi gli occupanti. La fabbrica è in prima linea, i suoi prodotti vengono talmente apprezzati dal colosso tedesco che quando nascono, come vedremo, i primi guai le commesse non vengono ancora disdette. All’improvviso, però, affiorano 300 milioni di euro di debiti. “Sono il frutto di operazioni finanziarie mai rivelate e che nessuno conosceva”, raccontano gli operai. È il crack. Nel 2009 il Tribunale dichiara lo stato di insolvenza e mette la fabbrica in amministrazione controllata. La Bmw comunque va avanti con i contratti che sospenderà solo quando non avrà più garanzie di stabilità. La solidità produttiva è confermata dal fatto che la Maflow viene rilevata dalla Boryszew uno dei più grandi gruppi industriali della Polonia e che, insieme agli impianti lombardi, rileva anche i siti internazionali: Francia, Spagna, Cina. Solo a Trezzano, però, si fanno i condizionatori per la Bmw. La Boryszew si assicura così la certificazione per la struttura tedesca ma non riattiva la produzione in Italia. I condizionatori, oggi, si fanno in Polonia. La fabbrica resta abbandonata a sé stessa, piano piano svuotata dai polacchi e, alla fine, lasciata alla sua sola proprietà immobiliare che fa capo alla Virum, una controllata di Unicredit. Il suo interesse, secondo i lavoratori, è finalizzato alla speculazione sull’area da 30 mila metri quadrati.

DA QUI , la decisione dell’autogestione e dell’occupazione con il tentativo di avviare una produzione ecologica. “Non possiamo aspettare di finire in miseria o aspettare illusoriamente che qualcuno trovi la soluzione per noi, dobbiamo darci da fare per cominciare a risolvere il problema”, dicono all’unisono i cooperanti. L’obiettivo industriale è un’attività di riutilizzo-riciclo da realizzare a chilometri zero: “É una necessità evidente, è un lavoro concreto, è una fonte di reddito e vogliamo essere messi nelle condizioni di avviare un’attività”. A favorire l’impresa, la presenza fino al 2014 degli ammortizzatori sociali – tra cassa integrazione e mobilità – che danno il tempo ai lavoratori di non essere schiacciati dall’angoscia di dover cercare un altro lavoro e di potersi cimentare con la riconversione.

Le richieste sono poche, semplici e non hanno nulla di assistenziale: “A Unicredit chiediamo che una parte dei capannoni ci venga data in comodato d’uso per l’avvio della cooperativa”. Le istituzioni, invece, “possono garantire delle attività che hanno un’utilità sociale, ad esempio smaltendo materiali elettronici o elettrici che oggi si accumulano con il conseguente inquinamento”. Tra i lavoratori si percepisce l’ entusiasmo perché finora l’operazione di occupazione e “ri-appropriazione” è andata in porto. “Abbiamo lavorato per mesi per organizzare questa impresa e ora abbiamo una fabbrica di 30 mila metri quadri di cui 14 mila coperti. Stiamo riparando le palazzine e rimettendo in funzione lo stabilimento e stiamo rimettendo in piedi le parti destinate a demolizione. “Grazie ai lavoratori e al loro impegno, alla Maflow è tornata la vita”.

di Salvatore Cannavò

Il Fatto Quotidiano 11.03.2013

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