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Mose, un cantiere succhiasoldi aperto da 26 anni

Mose veneziaOPERA INFINITA La magistratura in piena attività: dopo l’arresto di Mazzacurati arriva il nuovo manager, sodale di Mastella.

 Prima del Ponte sullo Stretto, avrebbe dovuto essere il Mose il segno imperituro della faraonica era berlusconiana. Con la legge Obiettivo del 2001, il mastodontico sistema di 79 dighe mobili alle tre bocche di porto della Laguna di Venezia avrebbe salvato la città dall’incubo dell’acqua alta, assicurarono. E i benefici effetti del progetto avrebbero tappato la bocca a tutti i “cacadubbi”, dal sindaco MassimoCacciari agli esperti dell’Unesco. Il Mose, però, ancora non c’è, in compenso sta dando parecchio lavoro ai magistrati. L’ennesimo termine perentorio per la consegna dei giganteschi manufatti è stato spostato al 2016, ma chissà se sarà vero, dati i precedenti e considerato che tra chiacchiere, revisioni e lievitazione di costi, la faccenda va avanti da 26 anni. Nel frattempo i massimi responsabili dell’opera finiscono in manette. Con l’accusa di aver costituto fondi neri e pagato tangenti, cinque mesi fa toccò a Piergiorgio Baita, il “signor 70 incarichi”, tra presidenze, direzioni e consigli di amministrazione, il grande capo della Mantovani costruzioni, l’asso pigliatutto del cemento a Venezia e nel Veneto, capofila anche nel Mose, ovviamente.POCHI GIORNI FA è stata la volta di Giovanni Mazzacurati, ex presidente del Consorzio Venezia Nuova, il raggruppamento di primarie imprese nazionali che insieme alla Mantovani si spartiscono i lavori: Condotte, 1 miliardo di euro di fatturato, società di proprietà della finanziaria Ferfina di Isabella Bruno, di cui è presidente Duccio Astaldi, uno dei rappresentanti della grande famiglia di costruttori romani. Poi Fincosit Grandi Lavori del gruppo veronese Mazzi e infine, per chiudere il cerchio e non lasciare nessuno a bocca asciutta, le coop con Ccc, Consorzio cooperativo costruzioni di Bologna. Mazzacurati, 81 anni, è come un’estensione di Gianni Letta in Laguna, ed è un “ex presidente” solo per un pelo essendosi dimesso solo pochi giorni fa, ufficialmente per motivi di salute, forse subodorando la tempesta che stava abbattendosi sulla sua creatura. È accusato di aver giostrato con troppa disinvoltura le gare d’appalto, un sistema che del resto il Consorzio Venezia non apprezza granché.
Fino a un paio d’anni fa, per esempio, su oltre 3 miliardi di euro di lavori finanziati, meno di 100 milioni erano stati affidati con gare normali. Il resto era stato concordato in house, cioè consegnato alle stesse imprese del Consorzio, in una misura assai maggiore a quella indicata dall’Unione europea, secondo la quale le opere “fatte in casa” non dovrebbero superare il 50 per cento circa del totale, mentre il resto dovrebbe essere rimesso alla libera concorrenza tra le imprese nel mercato. Al posto di Mazzacurati è andato un manager che gli somiglia parecchio, anche se in versione giovanile, forse nella inconfessata speranza che con il Mose tutto possa proseguire come se niente fosse. Si chiama PaoloFabris, vicentino, un altro berlusconiano di scuola veneto-democristiana, sodale di Clemente Mastella nell’Udeur, passato al momento opportuno con il Popolo della libertà, noto per essere stato anche sottosegretario, per aver avuto l’incarico di commissario delle ferrovie del Brennero e orgoglioso della carica di presidente della Federazione pallavolo femminile. Annunciando con enfasi la sua nomina, il Giornale di Vicenza ha ricordato che la specialità in cui Fabris è esperto e di cui ha dato prova con il Tav Veneto, è quella di recuperare risorse statali. Compito in cui, del resto, era maestro anche il suo predecessore finito in manette, essendo diventato il Mose più che una difesa dall’acqua alta, un’idrovora di quattrini pubblici. Quando 26 anni fa cominciarono a parlarne dissero che sarebbe costato l’equivalente di 1 miliardo e 200 milioni di euro, ma strada facendo si sono allargati assai e siamo già a 5 miliardi di spese vive più 500 milioni di “opere supplementari”. E non è finita.

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