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Disgusto e critica: gli italiani non votano

Elezioni 2013, votazioniAFFLUENZA AL 48,5%: SINDACI ELETTI DA MENO DELLA MET DEGLI AVENTI DIRITTO. UNDICI PUNTI IN MENO DEL PRIMO TURNO. RECORD NEGATIVO A ROMA, ANCONA E BRESCIA.

 Meno della metà degli aventi diritto, per la precisione il 48,5% su base nazionale: questi sono i votanti che ieri hanno eletto 67 sindaci al ballottaggio (erano stati il 59,7% ad andare alle urne al primo turno, undici punti e più in meno). A tirare giù il dato – un record negativo – ci ha pensato Roma: al 44,9% l’affluenza nella capitale contro il 63,1% di cinque anni fa. C’è chi ha fatto peggio: le percentuali più basse si registrano a Cinisello Balsamo (35,6%), Viareggio (36,77) e Marano di Napoli (40,02). Le più alte, invece, sono ad Acceglio (Cuneo, 76%), Caroviglio (Brindisi, 70,4%) e Campagna (Salerno, 69,8%). Al di là dei picchi in alto o in basso, comunque, il calo è generalizzato rispetto alle scorse amministrative e, in qualche caso, spettacoloso: ad Ancona si è passati dal 62,1% al 41,9 di ieri; a Brescia dall’84% al 59,2; a Barletta dal 77 al 49%; a Siena dal 76,6 al 54,9%; a Treviso dal 79,6 al 58,6%. Avellino, invece, fa segnare il calo più corposo, una vera e propria emorragia, tra il primo e il secondo turno: dal 76,9 al 53,9%. Ben ventitrè punti percentuali in meno. “Oramai l’astensionismo ha raggiunto vette più americane che europee”, dice il politologo Alessandro Campi, un tempo ideologo di Gianfranco Fini: “È vero che al secondo turno si registra un calo fisiologico, ma qui il dato è davvero preoccupante. E a preoccuparsi di più deve essere il Pdl, meno radicato sul territorio e con gli alleati della Lega in crisi evidente”. Le cause sono molte, insiste, ma tra queste va di certo citata “la sensazione di disgusto che oramai provoca la politica ‘tout-court’ negli italiani, con la disistima che accomuna genericamente chi la rappresenta. E poi, c’è la frustrazione che nasce dalla convinzione sempre più radicata che votare serve a poco”.    SU TUTT’ALTRA linea Piero Ignazi, docente all’università di Bologna: “Me lo lasci dire così: stiamo calmi. Sulla partecipazione elettorale influiscono moltissimi fattori. La ‘posta in gioco’, ad esempio, è uno di questi: quanto conta l’elezione a cui sto partecipando? Poi, dando per scontato che al secondo turno si vota meno dappertutto, Francia compresa, va ricordato che abbiamo appena votato per le politiche e per il primo turno delle comunali”. Insomma, “non c’è alcuna delegittimazione” dei sindaci eletti con basse percentuali: “C’è un fisiologico calo della partecipazione, non drammatico comunque, che sta in una tendenza pluridecennale che si osserva in tutte le democrazie consolidate. Anzi, in questo gruppo noi siamo ancora nella fascia alta per affluenza”. Stavolta, pare non abbia funzionato il richiamo del Movimento 5 Stelle, che a febbraio riuscì a portare alle urne molti cittadini tentati dall’astensionismo: “Ma quella base d’opinione, diciamo la spinta antipolitica, in questo paese esiste – nota Ignazi – e si ripresenterà in altre occasioni”. Forse, risponde invece Gian-franco Pasquino, politologo a Bologna anche lui e autore del recente Finale di partita. Il tramonto di una Repubblica: “Il M5S s’è un po’ impelagato in faccende secondarie come gli scontrini perdendo in carica motivazionale rispetto al proprio elettorato”.    Anche lei è convinto che si tratti di un calo fisiologico della partecipazione? “Beh, anche la febbre è fisiologica, ma quando si alza penso al modo di curarla – risponde Pasquino – è una tendenza che secondo me sta diventando preoccupante. Si possono immaginare risposte politiche più raffinate delle attuali, ma i partiti non li dirigo io, e forse anche risposte tecniche tipo il voto per posta o l’eliminazione dei certificati elettorali”.SI TRATTEREBBE, insomma, di rimuovere alcuni ostacoli alla partecipazione che colpiscono in particolar modo gli anziani, una fascia di popolazione sempre più vasta in Italia. “L’affluenza da noi scende senza interruzioni dal 1979 – dice Elisabetta Gualmini, presidente dell’Istituto Cattaneo – ma questo non è necessariamente un male. Da un lato, infatti, in paesi come Usa e Gran Bretagna già vota da anni circa metà della popolazione, dall’altro questo che registriamo è un astensionismo critico, consapevole: non si tratta di persone che non sono in grado di valutare l’offerta politica, ma di elettori che compiono una scelta razionale punendo l’inefficienza del loro partito di riferimento o che non trovano alcuna lista soddisfacente. Diciamo così: ormai gli elettori hanno bisogno di ragioni e facce validissime per uscire di casa e andare a votare”. Insomma, non voto da “disgusto” o da mancanza di “facce validissime”. Forse Enrico Letta, che invoca “una riflessione di tutti sul segnale d’allarme dell’astensionismo”, potrebbe partire da qui.

di Marco Palombi
Il Fatto Quotidiano 11.06.2013

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