Evidenza News

L’erba cattiva

call-centerUna persona che conosco possiede dei call center e, quando ci incontriamo, mi racconta della sua impresa che dà lavoro a tanta gente, nel sud Italia. Li paga 3-4 euro l’ora ma «sono tutte persone che altrimenti sarebbero a casa far niente o finirebbero nella malavita», dice lui, quindi lui svolge un’utilissima funzione sociale, infatti gli vogliono bene.

Mi sono venuti in mente, i suoi orgogliosi racconti, mentre leggevo la testimonianza di un muratore siciliano che, su 1.300 euro al mese di stipendio, deve restituirne 300 al datore di lavoro: «È pur sempre meglio di niente», dice lui.

La prassi, rivela l’inchiesta, è tutt’altro che isolata ed è un nuovo spettacolare passo nella direzione che conosciamo. Non solo ci sono meno diritti e meno salario, ma c’è un convincimento che è ormai entrato nella testa di tutti – a partire dai più giovani – e cioè che qualsiasi forma di lavoro, a qualsiasi reddito e in qualsiasi condizione è ormai benvenuta, perché «è meglio di niente».

È questa, la prigionia mentale in cui ci hanno ridotto trent’anni di lotta di classe dall’alto verso il basso. Ed è stata una vittoria epocale, in termini di egemonia culturale e di pensiero diffuso: aver portato alla gratitudine per condizioni di lavoro sempre più infime, perché «è meglio di niente».

Così è avvenuto, in questo Paese e non solo: riforma del lavoro dopo riforma del lavoro, con tutto l’apparato mediatico a reti unificate a spiegarci ogni volta «che così si crea più occupazione».

L’erba cattiva – pessima – ha cacciato quella buona, ma ci hanno persuaso che è l’unica cosa che siamo degni di mangiare: ragion per cui la troviamo ottima.

di Alessandro Gilioli
gilioli.blogautore.espresso.repubblica.it/

Lascia un commento