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Su Jobs Act e Tfr si incrina il gradimento di Matteo

renzi_councilL’ESECUTIVO PERDE NOVE PUNTI IN TRE MESI. OGGI IL PROVVEDIMENTO CERCHERÀ LA FIDUCIA IN SENATO. LA RAGIONERIA HA GIÀ ESPRESSO DUBBI SULLE COPERTURE.

Stasera il Senato dirà sì all’abolizione dell’articolo 18 e Matteo Renzi otterrà la cancellazione di uno dei “totem” (parole sue) della sinistra italiana. Ma se il rullo compressore va avanti, asfaltando più o meno tutto quel che trova sul suo cammino, senza distinzioni, il gradimento comincia a scendere. Un sondaggio della Lorien Consulting, realizzato tra il 4 e il 5 ottobre, fotografa un calo del 9% o negli ultimi tre mesi per il governo, che sarebbe ora al 53%. Tra rivolte della sinistra dem annunciate, ma non realizzate, scrittura in corsa dell’emendamento, tutte le questioni centrali (a partire da quella che riguarda l’applicazione dell’articolo 18 ai licenziamenti disciplinari) rimandate ai decreti attuativi, oggi Renzi avrà la fiducia del Senato sulla legge delega sul lavoro. Nel frattempo, corre a Milano per il vertice sull’occupazione con la Merkel e Hollande: obiettivo reale, sventolare il jobs act. E photo opportunity da non buttare via con i due in conferenza stampa. Intanto, lavora sulla manovra, tra nodi insolubili. Evidentemente, però, la caoticità del metodo e la poca chiarezza su come escano fuori effettivamente i provvedimenti, comincia a farsi sentire. Se 3 italiani su 4 indicano la riforma come una priorità, solo il 49% conosce il Job Act e, tra questi, solo il 50% ne da complessivamente un giudizio positivo. Insomma, la riforma raccoglie il consenso più o meno informato di solo un quarto degli italiani. Che, però, sono d’accordo sulla necessità di ridurre le forme contrattuali per una forma unica a tutele crescenti (condivisa da quasi il 90% dei cittadini), sulle riforme degli ammortizzatori sociali e dei servizi per l’impiego. Peccato che per capire davvero cosa c’è dentro il provvedimento, bisognerà aspettare i decreti attuativi. Accettata (74% di giudizio “abbastanza positivo”) anche la riforma dell’articolo 18.
ALTRO PUNTO CRITICO, secondo la Lorien, è proprio la proposta di destinare una parte del TFR direttamente in busta paga: il 52% ritiene che un provvedimento di questo tipo metterebbe in difficoltà le imprese, solo il 16% lo ritiene utile, mentre il 21% pensa che non cambierà nulla.   In realtà non è chiaro se questa riforma riuscirà a farsi. Dopo la giornata di oggi, Renzi ha bisogno di spostare i riflettori su un’altra questione. Dunque, si passa al Tfr. Il premier vorrebbe fermamente riformarlo, a partire dal 2015. E la cabina di regia economica è al lavoro per introdurla nella legge di stabilità. Nelle intenzioni dovrà essere volontario e la tassazione dovrà rimanere la stessa che avrebbe se
fosse erogato a fine rapporto. Dunque forfettaria. Un altro punto fermo è che non dovrebbero esserne gravate le imprese. Che dovrebbero poter contare sulle banche. Un triangolo difficile da tenere insieme.
 SO CHE ARRIVERÀ un momento in cui il consenso inizierà a scendere. Ma tutte le volte che vedo i risultati dei sondaggi mi dico che continuiamo ad avere un consenso altissimo, tra i più alti d’Europa”, diceva Renzi a Ferrara, durante l’intervista condotta in piazza da tre giornalisti stranieri. Un’eventualità che evidentemente si aspetta. Davanti a lui, sul palco, un uovo rotto: gliene avevano tirate tre ed è stata la prima volta. Un segnale che qualcosa evidentemente sta cambiando. Spiega Nando Pagnoncelli (Ipsos): “C’è una lieve flessione, ma riguarda un punto e mezzo – due. E poi, il paragone con giugno è fuorviante: era subito dopo le europee, al massimo del consenso”. Però, il 41% è un risultato che già fa parte del passato. “Renzi sale, sale costantemente”, dice invece Roberto Weber (Ixè). Che nota qualche difficoltà nel Pd, per quanto non quantificabile. Lo stesso Pd che secondo la Lorien Consulting avrebbe perso 400 mila elettori e un milione di simpatizzanti. In effetti, vista la figura fatta in questi giorni, non stupisce. Una delle più sofferte direzioni degli ultimi mesi era arrivata a una mediazione, per quanto minima, impegnando il governo a inserire nella riforma del lavoro i licenziamenti disciplinari. Ma come saranno delimitati? “C’è una norma molto chiara della direzione Pd”, spiegava Renzi ieri in conferenza stampa a Palazzo Chigi. Ma per “chiarire le fattispecie” del reintegro, bisogna “avere la pazienza di attendere i decreti legislativi”. E poi precisava che non ci sarà nulla di scritto, farà una dichiarazione in Aula Poletti. Mentre si diceva sicuro: “Non temo agguati sulla fiducia dal Pd”.   Le minoranze confermano, il dissenso anche quello minimo, non si esprimerà in un voto. E insomma, la mediazione ottenuta in direzione resterà un impegno a voce.   Intanto, ieri la Ragioneria dello Stato ha fatto qualche rilievo – prevedibile – sulla mancanza dei soldi per gli ammortizzatori sociali per la riforma. Trattandosi di una dichiarazione di intenti, nulla che il governo non possa correggere. Però, il testo per la fiducia (anche a causa della lunghezza della discussione), arriverà a Palazzo Madama oggi a ora di pranzo e il voto in serata. A vertice europeo finito. Ma in fondo, poco male.

di Wanda Marra
Il Fatto Quotidiano 08.10.2014

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