Evidenza News

Il Def è già carta straccia e gli 80 euro un pasticcio

renzi riformeADDIO AGLI ACCORDI UE SANCITI AD APRILE. DELRIO: “BONUS? M’ASPETTAVO DI PIÙ”

Più si avvicina la scadenza in cui bisognerà aggiornare il Def e scrivere la legge di Stabilità più diventa chiaro che quello che è stato scritto nel Documento di economia e finanza ad aprile previo accordo con Bruxelles è una pia illusione: per rispettare gli impegni scritti per il 2015, infatti, servono miglioramenti in bilancio per non meno di 18-20 miliardi, al netto della conferma del bonus da 80 euro che ne costa altri dieci l’anno. A poche settimane dal momento decisivo, anche rispetto alle trattative in Europa, il governo si presenta confuso, dilettantesco, a volte schizofrenico. Un breve riassunto.

C’è un equivoco: i conti pubblici

Matteo Renzi, Pier Carlo Padoan e altri membri del governo amano parlare del vincolo del 3%: “Non sforeremo”, dicono. Questo impegno, però, vale solo per il 2014, mentre l’anno prossimo – cioè l’anno che va definito con la legge di Stabilità a ottobre – abbiamo preso impegni ben più gravosi: un rapporto deficit/Pil reale al-l’1,8% e strutturale (cioè tenuto conto dell’avverso ciclo economico) allo 0,1%, cioè quasi il pareggio di bilancio. Rispetto alla situazione che si delineerà a fine anno (deficit, se va bene, al 2,9% del Prodotto) significa una correzione di oltre un punto percentuale e forse peggio visto che le previsioni di crescita si sono rivelate al solito troppo allegre: 18-20 miliardi al minimo, appunto, che il governo s’è impegnato a trovare entro il 2015. Problema: Matteo Renzi continua a parlare solo dei 17 miliardi di tagli della spending review e li cita come copertura del bonus Irpef, che costa dieci miliardi. Tradotto: la manovra che il Def imporrebbe sul rapporto deficit/Pil non verrà fatta. Peraltro lo sostengono fonti governative, anche se al Tesoro non sono di questo parere. Ieri Il Mattinale di Forza Italia l’ha messa così: “Servono 30 miliardi”.

 C’è un equivoco: i consumi interni

Come spiega qui sotto il professor Tabellini, se si accetta di stare nella moneta unica, l’Italia i suoi consumi li deve comprimere per non ritrovarsi di nuovo con un debito estero (non pubblico, estero) fuori controllo. Curiosamente, però, l’unico provvedimento serio del governo Renzi – finora il bonus da 80 euro: “Non sono elemosina, ma misura per rilanciare i consumi”, twittava il premier a fine aprile. In realtà il governo, nel solito Def, aveva stimato in un misero +0,1% l’effetto reale della norma. Forse Graziano Delrio non lo sapeva: “Pensavo francamente che avessero più effetto, ma bisogna pensare a cosa sarebbe successo se non ci fossero stati”. Chissà, però è bizzarro che la principale fonte di copertura della misura sia un taglio lineare da 2,1 miliardi all’acquisto di beni e servizi di Stato, regioni e comuni (5 miliardi a regime, dal 2015): si potrebbe dire, infatti, che si tenta di rilanciare la domanda interna tagliando… la domanda interna.

C’è un equivoco: gli investimenti

Sono uno dei tormentoni del presidente del Consiglio: i cantieri nelle scuole, il dissesto idrogeologico, le infrastrutture e via così. Anche nel Def, ovviamente, si parla della necessità di “sfruttare le opportunità offerte da un quadro europeo oggi più favorevole agli investimenti per la crescita e l’occupazione”. Questo all’inizio, poi nelle tabelle si scopre che gli investimenti pubblici sono passati dall’1,7% del Pil di Monti all’1,6% di Letta giù fino all’1,4% di Renzi. Negli anni Novanta, per capirci, erano al 3%. Anche lo Sblocca Italia – ce lo ha raccontato Giorgio Me-letti sul Fatto Quotidiano – è un equivoco: Renzi ha parlato di 43 miliardi di investimenti da sbloccare in 27 opere; per Il Sole 24 Ore è “aria fritta” o “una farsa”; le bozze di provvedimento confermano (lo stanziamento di soldi “nuovi” ammonta a un miliardo e mezzo in tre anni).

 C’è un equivoco: la crescita del Pil

“A settembre ci sarà una grande ripartenza col botto”, ha sostenuto il premier qualche giorno fa. È bizzarro, però, che per fare “il botto”, proprio a settembre, il governo debba mettere mano a un’operazione che prevede 17 miliardi di tagli di spesa pubblica (nella migliore delle ipotesi) quest’anno e 32 miliardi da quello successivo. Non s’è mai vista, infatti, una riduzione di spesa che non sia recessiva, persino se la si usa per una parziale riduzione di imposte. Il menù, d’altronde, non è tranquillizzante: oltre alla citata sforbiciata agli acquisti, tagli alla Sanità (altri 300 milioni già quest’anno, oltre 3 miliardi dal 2016); tagli per 2,2 miliardi di trasferimenti alle imprese e di 1,8 miliardi a partecipate e Ferrovie dello Stato (una cosetta che comporterà l’aumento dei biglietti nelle tratte regionali, quelle dei pendolari); probabile anche la proroga per un altro anno del blocco degli stipendi degli statali (attivo dal 2010 e che vale circa 3,5 miliardi l’anno); dulcis in fundo una revisione al ribasso di deduzioni e detrazioni fiscali (non quelle politicamente insostenibili come le spese per i figli o la salute). Ha ragione Renzi: a settembre c’è il botto.

di Marco Palombi
Il Fatto Quotidiano 17.08.2014

Lascia un commento