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L’ Irpinia vista da vicino, oro nero o oro blu?

Situata nell’Italia meridionale, l’Irpinia è una terra ricca di risorse naturali e abitata da animali rari. Eppure quest’area è oggi minacciata da possibili esplorazioni petrolifere che mettono a rischio un ecosistema delicato e di primaria importanza per gli equilibri idrici del meridione. Dal nostro corrispondente Virginiano Spiniello, un dettagliato report.

Non molti conoscono l’importanza strategica delle risorse naturali dell’Irpinia. Pochi, ad esempio, sanno che i Monti Picentini sono il bacino idrico più importante del Mezzogiorno e che oltre cinque milioni di persone distribuite tra tre regioni – Puglia, Campania e Basilicata – attingono acqua dalle sorgenti irpine. Qui nascono fiumi importanti – l’Ofanto, il Calore irpino, il Sele, ma anche gli affluenti Ufita e Sabato – e miriadi di sorgenti.

Il 25% del territorio rientra nella rete Natura 2000 in confronto a una media europea del 17% con un patrimonio di biodiversità invidiabile. Abitano l’Irpinia animali rari come l’aquila reale, il lupo, la lontra e la cicogna nera. Sono stati istituiti tre parchi regionali naturali – che funzionano a scartamento ridotto per svariati motivi, in primis finanziari – e tra questi il più importante è sicuramente il Parco Regionale dei Monti Picentini con il massiccio carbonatico del Terminio Cervialto, principale bacino imbrifero.

Un parco interessato dal raddoppio della Galleria Pavoncelli, che porta l’acqua nella regione Puglia, ma anche, parzialmente, dal Progetto Nusco, un’istanza per l’esplorazione petrolifera in un’area di quasi 700 kmq nel cuore dell’Appennino meridionale e in territori vocati all’agricoltura di pregio con vigneti docg (taurasi, fiano, greco di tufo), castagne dop, tartufi e allevamenti bovini e ovini che danno il pregiato caciocavallo podolico e il formaggio di Carmasciano.

Le risorse idriche, in ogni caso, sono già messe a rischio da una gestione approssimativa dei depuratori, dal depauperamento idrico delle sorgenti e dal prelievo spropositato di acquedotti – principalmente Acquedotto Pugliese, Acquedotto di Napoli e Alto Calore – in genere obsoleti e con perdite che arrivano anche a superare il 50% dell’acqua garantendo l’approvvigionamento attraverso maggiori emungimenti e nuovi pozzi.

All’inquinamento dei fiumi si aggiunge quindi il mancato deflusso minimo vitale che mette a rischio l’intero reticolo idrografico e l’ecosistema fluviale tralasciando, in questa sede, la complessità del carico inquinante rappresentato dagli effetti della industrializzazione post sisma dei paesini di montagna – oggi in via di deindustrializzazione – dalle discariche e microdiscariche abusive in montagna, da situazioni al limite come quelle del bacino endoreico della piana del Dragone e da una politica forestale che non mette in atto interventi significativi di bonifica montana pur in presenza di falde acquifere di importanza primaria.

Infine il raddoppio della Galleria Pavoncelli che porta l’acqua della Sorgente Sanità (4000 litri al secondo di media) e di Cassano (tra i 2500 e i 4000 l/s) in Puglia sulla quale – dopo due sentenze contrarie della Corte di Cassazione e del Tribunale Superiore delle Acque – è in corso un’indagine penale su esposto di Italia Nostra alle procure di Sant’Angelo dei Lombardi, Roma e Perugia e Bari e per la quale si attende una nuova sentenza del Tribunale Superiore delle Acque che verrà emanata il 19 dicembre e raggruppa quattro procedimenti avviati dall’Ato Calore Irpino, dalla Provincia di Avellino e dal Parco dei Monti Picentini.

La Galleria Pavoncelli bis, come più volte denunciato da Sabino Aquino, idrogeologo già presidente del Parco dei Monti Picentini “è uno spreco di denaro pubblico in quanto è perfettamente riparabile dopo gli eventi post sisma e svolge le sue funzioni dall’inizio del ‘900. Lo stato di emergenza dichiarato dal Governo Berlusconi e la Protezione Civile autorizza in deroga un progetto senza rispettare le nuove normative sismiche dettate dal Decreto Ministeriale del 14/01/2008 ed emanate dopo gli eventi dell’Aquila e dimostra ancora una volta le forzature messe in atto per realizzare l’opera. Il rilascio del deflusso minimo vitale nel Sele, come ha dimostrato lo studio Mo.Ri.Ca., finanziato e commissionato dal Parco dei Picentini all’Autorità di Bacino del Sele, è di 400 l/s e all’articolo 164 del Codice ambientale si evince che l’area protetta con l’Autorità di bacino può rivisitare le concessioni in atto qualora ci siano criticità per il fiume”. Criticità che per il Sele sono ampiamente dimostrate.

Inoltre come denuncia anche il Comitato Fiume Calore l’entità dei prelievi effettuati grazie alla maggiore ampiezza della galleria metterebbe definitivamente la parola fine alla vita del fiume Sele. Il Comitato nasce un anno fa con l’obiettivo di denunciare criticità e problematiche legate all’acqua e al fiume. Insieme a UàNm, web tv di lotta, realizza reportage sulla situazione dei Monti Picentini e sul Calore e promuove iniziative a vario titolo: manifestazioni, passeggiate, assemblee, raccolta firme. Il 15 dicembre si terrà una manifestazione contro la Pavoncelli bis – per la quale, nel frattempo, è stato consegnato il cantiere alla ditta appaltatrice – e, come sintetizza Giuseppe Ciarcia “per evitare un sovrasfruttamento delle sorgenti, per un giusto minimo flusso vitale, per una depurazione reale ed efficace, per un vero e concreto piano d’uso delle risorse del territorio, contro ogni forma di speculazione”.

Attualmente, in attesa della definizione dell’Accordo di programma del Distretto idrografico del Bacino meridionale, persiste l’assenza di ristori economici, ambientali e bonifiche montane per l’Irpinia che, tra l’altro, soffre di una grave crisi di approvvigionamento idrico e paga una bolletta superiore alle popolazioni che si riforniscono dalle sue sorgenti per il costo del sollevamento delle acque.

In un quadro così complesso e in un ecosistema già fragile e parzialmente compromesso, il 19 novembre è stata presentata la valutazione di impatto ambientale per l’esplorazione fino a 2000 metri del pozzo Gesualdo 1 – a pochi chilometri da una importante stazione termale a Villamaina e dall’antico Santuario della Mefite – dalla joint venture Cogeid Italmin Exploration, società che nel 2002 ha presentato l’istanza di ricerca per il progetto Nusco che interessa un’area di 69,85 kmq.

Dopo il parere favorevole dal Comitato tecnico per gli idrocarburi e la geotermia nel 2003, nel 2006 la società presenta la valutazione ambientale al Settore Tutela Ambiente della Regione Campania e nel 2008 riceve parere favorevole di compatibilità ambientale per le analisi delle linee sismiche subordinando l’avvio dell’esplorazione vera e propria a una successiva verifica ambientale. Inizia, così, la prima fase di ricerca alla quale il Comune di Luogosano è l’unico ad opporsi mentre tra i comuni interessati solo otto partecipano alla conferenza dei servizi del 2008 e richiedono di essere informati “circa la realizzazione delle opere e delle infrastrutture di ricerca”, ma non presentano eccezioni.

Nel 2011 l’area da 69,85 kmq viene ampliata fino a 698,5 kmq e interessa 45 Comuni in Irpinia e un comune, Apice, nel Beneventano. Di esplorazioni, però, non se ne sente parlare fino a alla primavera del 2012, ormai troppo tardi per eventuali ricorsi, quando si forma il Comitato No Petrolio in Alta Irpinia. Allertato dal Comitato del Vallo di Diano, che ne viene a conoscenza attraverso la consultazione dei documenti sulle esplorazioni nel proprio territorio, il gruppo si attiva per informare popolazione e istituzioni.

“Dopo un primo convegno pubblico a giugno e un incontro con i sindaci a settembre – afferma Eduard Natale, esponente del Comitato – stiamo portando avanti la nostra campagna informativa sulle tematiche ambientali ed economiche legate alle fasi di ricerca ed estrazione di idrocarburi. Alcuni tra i primi cittadini intervenuti si sono detti contrari alle perforazioni e hanno, nei mesi successivi, deliberato a favore del Comitato No Petrolio. Altri hanno ritenuto opportuno valutare, ancora una volta, i rischi comparati con i benefici legati alle attività di ricerca e futura estrazione. A settembre, Gesualdo, un centro baricentrico nell’area di ricerca, diviene protagonista della terza delle fasi di ricerca, ovvero la perforazione di un pozzo esplorativo entro 2000 m di profondità.

L’istanza di valutazione di impatto ambientale, depositata il 19 settembre presso la Regione Campania, prevede che qualsiasi cittadino possa presentare le proprie osservazioni sul progetto. A tale scopo, il Comitato ha inviato una lettera di osservazioni, segnalando il rischio sismico, idrogeologico, ambientale che sussiste nella zona interessata, nonché i danni economici cui potrebbero andare incontro Gesualdo e l’Alta Irpinia in generale, così come testimonia l’esempio della Val d’Agri in Basilicata. Stando al D.lgs n°4 del gennaio 2008, entro Febbraio 2013 la Regione dovrà pronunciarsi a seguito dello studio di impatto ambientale presentato da Cogeid-Italmin, tenendo conto delle osservazioni ricevute da parte dei cittadini.

Il prossimo convegno del Comitato si terrà a Gesualdo il 22 dicembre 2012 e vi parteciperanno noti attori di questa campagna informativa, come il geologo Franco Ortolani, docente presso l’Università Federico II di Napoli e il dott. Antonio Marfella, responsabile regionale ISDE, associazione internazionale medici per l’ambiente. L’intento sarà ancora una volta quello di sensibilizzare l’opinione pubblica sul tema, in particolare il discorso sarà incentrato sulla pericolosità sismica e sui rischi che corre il prezioso Oro Blu di cui un giorno potremmo soffrire la mancanza.

Pertanto, è stato invitato al convegno il Comitato per la Tutela del Fiume Calore, un gruppo decisamente attivo e impegnato nella battaglia per preservare il nostro bene più prezioso, l’acqua. Proprio con il Comitato Fiume Calore, il gruppo NO petrolio ha interagito durante l’ultima assemblea a Taurasi, ripromettendosi di costruire un documento unico: una relazione tecnica sui problemi di carattere ambientale che interessano l’Alta Irpinia.

Al convegno del 22, inoltre, avremo l’indispensabile contributo della dottoressa Rita D’Ottavio, imprenditrice ed esponente del WWF Basilicata che riporterà i risultati di un’analisi economica incentrata sulle vicende che hanno interessato la Basilicata negli ultimi anni, territorio martoriato dalle compagnie petrolifere, dimostrando come lo sviluppo e il lavoro promesso dalle società petrolifere in Basilicata sia incomparabilmente minore degli svantaggi che provoca un utilizzo di risorse destinate prima o poi ad esaurirsi.

Ulteriori interventi da confermare sono di alcuni esponenti della Coldiretti di Avellino che hanno negato il loro assenso alle ricerche petrolifere, in netto contrasto con la nostra economia fortemente basata sull’agricoltura. Il Comitato è, dunque, quanto mai convinto che è necessario procedere con una campagna informativa capillare, raggiungendo anche i comuni più lontani della provincia di Avellino”.

Ma quali sono, poi, i rischi reali – oltre al possibile inquinamento delle falde acquifere e al pericolo di fuoriuscita di idrogeno solforoso in fase di estrazione, come denunciato dall’oncologo Antonio Marfella – secondo il geologo Franco Ortolani? “I rischi principali – asserisce il professore – sono connessi alle faglie sismogenetiche attive. Nell’area interessata dalle esplorazioni è presente una carica tettonica notevole e non si può stabilire con precisione quale sarà l’impatto delle estrazioni petrolifere visto che non si sa esattamente dove sono le faglie attive, né si conosce la loro morfologia, né gli effetti sulla delicatezza degli equilibri delle faglie dei fluidi iniettati per favorire l’estrazione degli idrocarburi.

Inoltre non è previsto nessuno studio delle faglie attive nelle valutazioni di impatto ambientale. Per questo motivo bisogna modificare la legge italiana e bloccare le perforazioni in queste aree. A Gesualdo, in particolare, vi sono risalite di fluidi come testimoniano le terme a Villamaina e tutta l’area della Mefite. Se si va ad iniettare liquidi ci può essere uno scorrimento delle faglie e, inoltre, si può causare l’inquinamento dei fluidi attraverso la dispersione di idrocarburi che risalirebbero in superficie”. Oro nero o oro blu? Alla fine, la scelta è ineludibile.

di Virginiano Spiniello – 12 Dicembre 2012
Ilcambiamento.it

Guarda il documentario “OronerOroblu. Petrolio in Alta Irpinia”

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